Tutela e valorizzazione del dialetto romagnolo

Riportiamo di seguito l’intervento del capogruppo IDV Cervia, Gianni Bosi, a proposito della “Convenzione con la Provincia di Ravenna per la tutela e la valorizzazione del dialetto romagnolo” approvata durante la seduta del consiglio comunale del 28 marzo scorso.
“Su questa convenzione per la tutela e valorizzazione del dialetto romagnolo, convenzione senz’altro lodevole e che noi approveremo, vogliamo fare alcune considerazioni di carattere generale.
Considerazioni che partono dal fatto certo e inevitabile che, tempo due generazioni (quindi fra cinquant’anni circa), il dialetto romagnolo sarà una lingua definitivamente morta perché non ci sarà più nessuno a parlarla. Infatti una lingua è e rimane viva finché tutti la parlano e fin da bambini, come lingua madre, ma già oggi, anche se sono ancora in molti a capirla, pochi sono quelli che la parlano correntemente.
Questo, dicevo, che ci piaccia o no, è un dato di fatto. Quindi è da questa certezza che bisogna partire per capire la finalità di iniziative come quella su cui stasera siamo chiamati ad esprimere un voto.
Questa convenzione, infatti, non può certo essere finalizzata al mantenere vivo il dialetto, in una sorta di disperato, vano e anacronistico tentativo di rianimazione, che farebbe il paio alla proposta di matrice leghista di istituire l’ora di dialetto a scuola. È assurdo credere che far imparare ai bambini una filastrocca, o un canto dialettale, poi serva a far parlare loro il dialetto.
Una lingua è tutto un mondo, e se quel mondo che la parlava è in estinzione, anch’essa ne seguirà la sorte, in un processo senza possibilità di ritorno, inarrestabile: certo, rende un po’ tristi pensarci, ma far credere che non sia così, o che si possa far qualcosa per evitarlo, è fare populismo. Anzi, peggio, è sfruttare i sentimenti affettivi, nostalgici, collegati alla propria casa, alle proprie radici, alla propria lingua, associandoli alla paura di perderli, per tentare campanilisticamente di fare cerchio per escludere gli altri, visti come stranieri nell’accezione di diversi, estranei e, in una parola, nemici.
Dunque, quale dovrebbe essere lo scopo ultimo di queste iniziative?
A livello documentaristico lo scopo dovrebbe essere quello di creare un archivio storico del nostro patrimonio culturale fin tanto che c’è ancora chi sa scrivere e parlare in dialetto, un archivio che servirà come fonte attendibile agli studiosi delle lingue, delle culture e delle tradizioni popolari.
Invece, a livello didattico, lo scopo dovrebbe essere quello di insegnare l’importanza della memoria storica e della tradizione, perché non ci si creda “nati oggi” e, dunque, affinché si impari fin da piccoli che noi siamo il frutto di un percorso culturale complesso e articolato, in divenire.
Se non si insegna questo, fra cent’anni anni, ma anche meno, i giovani neanche sapranno che in Italia ci fu un tempo in cui si parlava prevalentemente in dialetto, che, ad esempio, durante la prima guerra mondiale una delle problematiche degli ufficiali italiani era riuscire ad impartire gli ordini, perché molti degli arruolati non capivano l’italiano.
Se non ci si premura, oggi, di fare opera di conservazione, andranno perse anche alcune testimonianze umane, legate all’uso del dialetto nella vita quotidiana, che sono preziose perché fanno parte del nostro passato collettivo.
C’è però un aspetto legato alla tutela e valorizzazione del dialetto romagnolo di cui ancora non ho parlato, ed è quello riguardante la poesia. Infatti, proprio nel momento in cui il nostro dialetto sta morendo, ha prodotto i più grandi poeti dialettali che l’Italia abbia conosciuto nell’ultimo secolo: come Tolmino Baldassari o Raffaello Baldini.
Ed è proprio nell’arte che è ancora possibile tenere in vita l’uso del dialetto, o meglio trasmetterne ai posteri l’aspetto vitale, infatti la poesia, che è la forma di espressione più alta della parola, sa coglierne l’essenza e, attraverso la bellezza, renderla immortale.”
Gianni Bosi, Capogruppo IDV Cervia
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